Un festival è questione di vibe
Perché non andiamo più al cinema ma andiamo ai concerti, e perché quest'estate sarò a Secolare Festival
Questo numero di Pucci esce in partnership con Secolare Festival - a questo link puoi acquistare il Full Pass + Camping a prezzo ridotto.
Qualche giorno fa scrivevo:
In quel momento di pura socialità che è un concerto, anche se non siamo il genere di persona che vuole attirare l’attenzione su di sé, ci viene facile applaudire, magari anche cacciare un urlo. Un live è ancora un’esperienza eccezionale: e infatti non c’è modo di reimpacchettare i concerti come content, e ci hanno provato.
Andare a sentire musica dal vivo è più straordinario di quanto tu non creda. Per le altre esperienze di consumo culturale ormai ci abbeveriamo da una sola fonte (uno schermo) in un modo per lo più passivo. Non vale per i videogiochi, che forse proprio per questo sono una forma d’espressione così cruciale in questo secolo, ma in tutti gli altri casi ci sediamo e riceviamo. Se possibile, invitati a non scegliere neppure, come il libro di Liz Pelly, Mood Machine, ha sottolineato qualche mese fa parlando delle pratiche di Spotify.
Per millenni, invece, la musica è stata soprattutto una faccenda attiva. Se usiamo gli stessi verbi (suonare, play, jouer) per significare due azioni diverse - eseguire e far riprodurre una canzone - c’è una ragione precisa: fino a un secolo fa circa non si dava ascolto senza azione, cioè se ti veniva voglia all’improvviso di sentire qualcosa dovevi quantomeno saperla fischiettare. Ma abbiamo fatto presto a imparare a ricevere la musica come si fa con qualsiasi altra arte: ascoltiamo mentre facciamo altro; ci accompagna; è la “colonna sonora della nostra vita” (espressione che detesto, ma comprendo).
Eppure, tuttora adoriamo andare a sentire musica dal vivo. Nonostante i prezzi dei biglietti in crescita e i locali che chiudono. Nonostante i colli di bottiglia del mercato e il cambio di tutte le altre abitudini. Considera questo: nel 2004 gli italiani acquistavano poco meno di 98 milioni di biglietti per il cinema, vent’anni dopo quel numero è calato di quasi 30 milioni (dati ANICA); nello stesso ventennio il pubblico italiano dei concerti è passato da poco meno di 11 milioni nel 2003 a 28,2 milioni nel 2023 (dati SIAE). Cioè, andiamo al cinema il 30% in meno perché guardiamo più TV e video on demand rispetto a 20 anni fa, ma andiamo ai concerti il 160% in più perché un concerto è insostituibile.
Come dicevo qualche giorno fa: andare a sentire un concerto è una delle poche azioni collettive virtualmente prive di connotazioni negative che siano rimaste. Sono occasioni dove siamo ancora un gruppo, e questa non è una cosa brutta. Un concerto è fatto da noi pubblico quasi quanto è fatto dagli artisti sul palco, e non è solo un artificio retorico. Il contesto (luogo, arredo, cibo, bevande, suono, gente, luci, merch) è fondamentale per cogliere la vibe di un evento. E non esiste generatore di contesto più importante per la musica dei festival. Per questo, il fatto che il tema della terza edizione di Secolare Festival sia everybody, tutt*, non è un caso. Se si dice che i boutique festival sono “a misura d’uomo” non è un caso.
La prima volta che ho sentito parlare di Secolare Festival, a Corato in Alta Murgia, Puglia, è stato poco più di un anno fa. Stavo scrivendo la mia rassegna sui festival estivi italiani, e il programma della sua seconda edizione mi aveva intrigato: conoscevo poco più di metà del cartellone, e la stima che provavo per gli artisti noti mi aveva convinto ad ascoltare anche quelli che conoscevo meno, con grande profitto, tipo i turchi LALALAR. Il fatto che, a distanza di pochi mesi da quell’edizione, due dei partecipanti (Alabaster DePlume e Richard Dawson) abbiano pubblicato due tra i dischi migliori del 2025 è stata una prova del nove: chi organizzava sapeva il fatto suo. Quando sono stato contattato dai ragazzi di Secolare, due mesi fa, ero già convinto che avrei potuto lavorare con loro; quando mi hanno raccontato il funzionamento e la filosofia del loro festival mi sono deciso.
Una vibe impeccabile: everybody
Prima di parlare della musica che puoi trovare nella terza edizione di Secolare, dal 24 al 27 luglio, ti parlerò di un paio di cose che trovo bellissime di questo festival, non strettamente legate ai concerti. Ma importanti per capire che tipo di folla possiamo essere.
Secolare si tiene dentro un agriturismo nel comune di Corato, ai confini del Parco Nazionale dell’Alta Murgia (uno dei Geoparchi UNESCO sul territorio italiano), un luogo di valli carsiche e colline, boschi e uliveti, grotte e cave, castelli e chiese rupestri. Cioè, dall’area di Secolare e sul loro sito puoi prenotare attività di hiking e trekking, noleggiare bici elettriche, fare passeggiate a cavallo per visitare la zona nei momenti della tua permanenza non occupati da concerti. Cioè, gli organizzatori si sono premurati del fatto che l’immersione in un luogo incantevole non fosse soltanto una “splendida cornice”.
Un’altra bella cosa è che puoi accamparti direttamente lì, senza bisogno di trovare altri posti per dormire in zona. Il campeggio (incluso nel prezzo del ticket full pass + camping) è libero e autogestito, servito da docce, una fontana di acqua potabile, illuminazione e punti di ricarica, e servizi igienici. Spesso la vivibilità dei campeggi dei festival è inversamente proporzionale alla dimensione dell’evento (ciascuno di noi ha le sue storie dell’orrore): in questo senso, la scala contenuta di Secolare è la condizione ideale per un campeggio da festival.
Altre informazioni sui servizi le puoi trovare sul sito di Secolare Festival, ma vorrei passare alla musica. Che potrai sentire per intero, perché il programma (che ogni giorno si chiude con dei dj-set) prevede che non ci siano accavallamenti tra i concerti sui palchi: niente FOMO, come piace a me. E allora parliamo di chi suonerà. Per farlo, ti metto una comoda playlist di Spotify creata dagli organizzatori.
Qua sotto, invece, ti presenterò in breve (certo certo) gli artisti in cartellone. Non scriverò biografie complete, ma piuttosto proverò a farti notare qualcosa di straordinario contenuto nella loro musica, qualcosa che potresti sentire dal vivo a Secolare Festival quest’estate - usa la playlist di cui sopra come guida. Poi, se sarai lì come me, alla fine del concerto mi verrai a dire se sei d’accordo oppure no.
Mabe Fratti
Esiste un effetto realmente viscerale nell’ascolto della musica, frequenze che ti scombussolano dentro e hanno un effetto tangibile e circolano diverse letture, più o meno pseudoscientifiche, che lo spiegano. A me il violoncello fa un effetto simile: forse per il suo registro (lo spazio tra la nota più bassa e quella più alta), forse per il timbro. Comunque, per me è straordinario come la corda di Do ti sollevi i peli delle braccia, mentre la corda di La può cantare come un usignolo. Mabe Fratti è una musicista e cantante guatemalteca di base a Città del Messico che andrebbe inclusa in ogni lista degli artisti che stanno compiendo prodigi con il violoncello. Nella sua musica c’è una consapevolezza totale delle possibilità naturali del suo strumento (ha una formazione classica) a cui aggiunge una pratica dell’improvvisazione a effetto (ha suonato per anni nelle chiese neopentecostali, dove si praticano momenti di possessione) e una curiosità per le consuetudini del pop e del rock. Il fatto che il suo mito sia Arthur Russell, che sperimentando con il violoncello e l’elettronica voleva sia espandere il suono sia addentrarsi nella canzone, non è un caso. Già nell’album del 2021 Será Que Ahora Podremos Entendernos si poteva avvertire questa tensione fra slancio e ordine, ricorrenza (i loop) e stratificazione, oltre a un bisogno autentico di immediatezza: Nadie Sabe con la sua rotondità lo dice nel suono, Hacia el Vacío con la bravissima claire rousay lo dice nelle liriche. Il disco del 2023 Se Ve Desde Aquí faceva qualcosa di molto differente: Desde El Cielo, una presenza costante nelle sue scalette da due anni a questa parte, è asciutta; No Se Ve Desde Acá, è un moto caotico asimmetrico. Il disco dell’anno scorso, Sentir Que No Sabes, che selezionai come uno dei migliori del 2024, la riaggancia a quella ricerca avant-pop, ma con il desiderio di tramutare ulteriormente il suono: in Pantalla Azul usa un pedale che avvicina il suo violoncello al suono digitale così influenzato da synth come lo Yamaha DX7 che fa parte del DNA di tanto rock alternativo contemporaneo, da Bon Iver a Mk.Gee. Sentire in concerto Mabe Fratti vuol dire farsi accompagnare in un labirinto di suoni e motivi insieme familiari e ignoti, che sorprende in modo ancora più profondo proprio perché stuzzica le tue aspettative.
bdrmm
Forse hai avuto la fortuna di vedere questa band inglese quando è passata a Milano e Bologna a marzo. Purtroppo, io non ce l’ho fatta, quindi sarò contento di recuperare a Secolare. Ogni volta che sento un loro nuovo disco resto a bocca aperta per il progressivo, graduale ma decisivo percorso di mutazione del loro suono e della loro lirica. C’è un’economicità straordinaria nella loro musica, nulla sembra superfluo; eppure da Bedroom a I Don’t Know hanno aggiunto nuovi timbri (elettronici) che nell’ultimo Microtonic sono diventati ancora più pervasivi (pezzoni come Snares e Lake Disappointment portano decisamente un mood danzereccio). Ascoltarli dal vivo può essere come navigare non solo in un quinquennio di evoluzioni discografiche ma in un quarantennio di espansione dei linguaggi del rock. I loro brani hanno una pazienza micidiale, cioè sono privi dell’ansia di riempire ogni pertugio, e questo li rende particolarmente efficaci quando a metà arriva una sterzata improvvisa di dinamica o proprio di struttura del brano - che è poi una delle soluzioni post-rock per eccellenza (non dimenticare che pubblicano con l’etichetta Rock Action dei Mogwai). Così, ti ipnotizzano, e mentre ti senti imbambolato, arriva qualcosa a destarti e trasportarti da un’altra parte. Fai caso alla batteria di John On The Ceiling, forse la migliore traccia dall’ultimo disco: non sembra esserci spazio per nulla nel suo groove atmosferico di drum machine, ti senti immobile come le persone descritte dalla voce di Ryan Smith (“as we stand by fascinated”) inebetite dall’impossibilità di trattenere tutte le cose del proprio passato; ma a metà, quando arriva l’illuminazione (è un bene che certe cose svaniscano dentro la nostra coscienza), si introducono colpi di tom che aumentano l’energia e il senso di tensione e rilascio. Un crescendo onesto, senza trucchi.
Lorenzo Senni
Non devo venire certo io a raccontarti chi sia Lorenzo Senni, uno dei musicisti di elettronica più apprezzati al mondo, capace di stravolgere e lasciare un’impronta nella trance pur non essendo un produttore trance di formazione. In tante interviste ha spiegato che il suo punto di partenza è la melodia, che dà in pasto a sequencer deformandone strutture, intonazione, ordine, così da creare ritmi e disegni inaspettati. Oggi chi parla di musica non spende troppo tempo sulla melodia, perché è un concetto che pare vecchio, o al limite troppo pop. O provinciale, perché la melodia è il cuore della musica italiana, da Gioacchino Rossini a Gigi D’Agostino. Ma lavorando a partire da lì si possono ottenere piccoli miracoli, come la cosiddetta trance puntinista di Senni: come le pennellate di Seurat anche le sue melodie sono frammentate, e l’artista suggerisce allo spettatore/ascoltatore di guardare/ascoltare una scena non come un teatrino di simulacri, ma come un fenomeno naturale, da apprezzare con una certa distanza partecipata, mettendosi nei panni dell’artista. (A Seurat è ispirato uno dei più originali musical di Broadway di sempre, Sunday in the Park with George di Stephen Sondheim, che ha precisamente questa premessa). A fine aprile Senni ha pubblicato Canone Infinito Xtended, un disco che dialoga con il precedente Scacco Matto facendo un lavoro ulteriore di decostruzione/ricostruzione del motivo (cioè della melodia) di Canone Infinito. Nella classica si parlava di variazioni, e le variazioni di Senni usano il potere del sampling: riscrivendo la melodia ma anche ricostruendola a partire dal suono, introducendo variabili potenzialmente infinite per cercare nuovi suoni e quindi nuovi luoghi. O luoghi che, dopo essere stati vandalizzati, dimenticati, riscoperti, sembrano nuovi.
Christopher Owens
Non è strettamente necessario averne passate di ogni per avere qualcosa di interessante da raccontare. Ma chi ha una vita complicata alle spalle e la voglia, la fortuna, la sbatta di riuscire a rimettersi in piedi e cantare ancora merita ascolto e rispetto. Christopher Owens di vite così, di cadute e risalite, di altalene da un nove su Pitchfork per l’esordio della sua band Girls al dormire in strada, ne ha avute almeno tre. Alla sua musica bisogna avvicinarsi con la cautela di chi allunga il collo verso un cratere. Prima della pandemia Owens aveva in progetto di riunirsi con Chet “JR” White, il bassista e collega dei Girls, per realizzare un nuovo disco della band. Ma quando White è morto, Owens si è trovato in mano un mazzo di canzoni: le ha trasformate nel suo primo album dopo quasi dieci anni, I Wanna Run Barefoot Through Your Hair, che ha il beneficio di tirare le fila di tanta parte della sua produzione, dal leggendario Album dei Girls al penultimo disco solista, Chrissybaby del 2015. Lì Owens disseminava impronte di vecchie melodie per fissare appigli alla superficie scivolosa del suo malessere, ora le canzoni sono preghiere pure e semplici: chiedono pietà, proclamano il bisogno di aiuto, si rifugiano in ricordi e speranze. Due tracce in particolare sono vere pugnalate: Beautiful Horses, soliloquio commovente sull’ingiustizia pura e semplice della vita; e Do You Need A Friend, sprofondamento nella solitudine durante il quale ci si ritrova a cantare It Must Have Been Love dei Roxette. Perché le canzoni restano con te anche quando non c’è nessun altro intorno. Se poi in mezzo alle cover di Simon & Garfunkel e Spiritualized, Beach Boys e Cat Stevens che spesso suona dal vivo, rispolverasse Hellhole Ratrace, ciao proprio.
BITOI
Il basso è lo strumento originario? No, ma la frase suona bene, sia quando è scritta per esteso in inglese (Bass Is The Original Instrument), sia quando la spiaccichi in un acronimo. E il suono è tutto per BITOI. Si tratta del progetto del bassista svedese/etiope Cassius Lambert con un coro di tre voci (Lise Kroner, Anja Tietze Lahrmann, Alexandra Shabo) che canta parole assolutamente prive di senso. I testi del loro ottimo album di esordio Sirkulu uscito a marzo, infatti, non vengono da una lingua umana, ma sono pura fonetica: Cassius Lambert li ha assemblati ispirandosi ai canti degli uccelli, trasponendoli con un alfabeto ornitologico. Gli uccelli parlano lingue diverse, e anche le canzoni dei BITOI sembrano cinguettate in giapponese (MI-RO-SE o Se Ru Ma) o magari in yoruba (PA-SI-PA), ma è tutta una finzione, un gioco del cervello che cerca pattern più o meno conosciuti dentro forme aliene (si chiama apofenia). In questo gioco di auto-suggestioni anche l’accompagnamento musicale ti porta a spasso: minimalismo anglosassone e afrobeat, jazz sperimentale e classica post-moderna. Forse non fai nemmeno caso al fatto che l’unico strumento è proprio il basso elettrico, con cui Lambert esegue effetti speciali, anche perché il suo strumento è costruito per eseguire quarti di tono, cioè la metà dell’unità “base” dei cordofoni, il semitono. La sua abilità rispetto ad altri maestri della musica microtonale è tenere sotto controllo l’effetto straniante. Ma le voci sono la cosa davvero speciale. Sulla carta il coro esegue movimenti bruschi tipici di un coro polifonico contemporaneo (se hai mai sentito Caroline Shaw, forse sai a cosa mi riferisco), ma c’è qualcosa di parecchio inumano: tempi strettissimi, salti di molteplici ottave in alto e in basso, e così via. Questo deriva dal fatto che Lambert scrive le melodie da sé, senza competenze canore, con un software chiamato Vocaloid (lo stesso utilizzato in un genere di J-pop di gran moda che ha influenzato molto PC Music): così, le voci di BITOI sono costrette a eseguire movimenti innaturali, un po’ da uccello, un po’ alla Caroline Polachek (che a sua volta ha sviluppato il suo vocal flip imitando autotune). Insomma, da sentire e vedere di persona.
Joshua Idehen
La poesia che piace a me non è una soluzione ma un anticorpo, non promette salvezza ma lavora per la sopravvivenza. Joshua Idehen pratica questo genere di parola e di musica. L’ha inserita da ospite del rinascimento jazz londinese (Sons Of Kemet, The Comet Is Coming, Calabashed), costeggiando elettronica e hip-hop. Idehen attraversa generi e contesti con l’agilità di un cittadino del mondo (è nato in Gran Bretagna da famiglia nigeriana e vive in Svezia) con la mente svelta, capace di indossare i panni dell’MC e del mattatore. Questo ci porta alla canzone Mum Does The Washing, uno sventramento degli -ismi (dal capitalismo al surrealismo), un deragliamento di senso costruito sopra l’analogia che stuzzica più di tutte la suscettibilità dei maschi: sì, ma a te chi te li lava i panni? Una franca considerazione che tutto si risolve in rapporti di potere, anche quello che tiene in equilibrio un uomo sul palco davanti a un microfono e un pubblico sotto.
Milan W.
Se dovessi parlarti dell’intera produzione di Milan W. e delle giravolte stilistiche dei suoi diversi progetti non finiremmo più. Ma nei dischi che pubblica a proprio nome il musicista belga sembra aver seguito una linea precisa che posso riassumere così: da Slo Mo del 2014 all’ultimo Leave Another Day pubblicato lo scorso ottobre il suo suono narcotico e mistico è stato messo progressivamente a fuoco, sempre meglio definito nei suoi contorni, come se emergesse dal fango. Sentendo le ballate dreampop di questo ultimo lavoro si può restare abbagliati dalla lucidità, non perché abbia reso asettica la sua musica ma perché ti porta a vedere da vicino di che materia sono fatte le illusioni: cantando d’amore con una vulnerabilità che fa tremare, si muove nella pancia della bestia con una quantità di ironia pari a zero, con la scintillante tristezza dei Cocteau Twins e l’ipnosi di Kurt Vile. Potrebbe essere un caso, potrebbe essere irrilevante, ma l’intro di I Wait mi ricorda gli arpeggi di California Dreamin’: forse perché a furia di visitare l’onirico con la musica ci si ritrova immobili e in cerca d’aiuto. Il suo set potrebbe toccare qualche nervo scoperto, procedi con cautela.
Julia Sabra
All’inizio di I Want It All la cantautrice e musicista libanese Julia Sabra dice “Mi ricordo a malapena le parole dei libri che ho letto, ma porto con me le loro memorie in forma liquida, storie narrate da uomini morti”. Sembra un’osservazione qualunque, ma la canzone prende presto un’altra piega, analizzando in modo onesto la coesistenza di gioia e lutto, la contraddizione di avere un corpo che aspira alla pace ed è preparato al dolore. Non sono domande oziose, se le si considerano alla luce di cosa sta accadendo pochi chilometri più a sud di Beirut, o alla luce delle enormi tragedie avvenute proprio su terra libanese. Natural History Museum è il primo disco da solista per Sabra, già parte della band shoegaze Postcards e del suo Snakeskin (entrambi progettoni). Ed è tutto così, pungente e delicato a seconda di come lo prendi, e straordinariamente umano.
Big Mountain County
Buona parte dell’arte in circolazione nell’ultimo decennio sembra bloccata in uno schema binario: può ancorarti a terra o farti volare, costringerti a osservare le miserie della vita o invitarti alla fuga. Ma la musica, che esiste solo per un istante nell’aria, non deve obbedire a quest’impostazione rigida. Quello che fanno i Big Mountain County sembra rispondere proprio a questa possibilità, usando il linguaggio sonoro neo-psichedelico in tandem con le metriche martellanti del post-punk e le superfici ruvide del garage. Non che sia un’invenzione loro, ma la band romana ci si applica con costanza da più di un decennio. Nell’ultimo disco, Deep Drives, pubblicato a novembre, questa missione prende anche la forma di un’apertura all’elettronica, mentre i testi continuano a mostrare possibili vie di fuga dall’oppressione e dalla solitudine di un mondo sempre meno ospitale. Una possibile soluzione, stando al brano Bright Black Hole, è perdersi nella folla. Sembra che ci siamo letti nel pensiero, se riprendi in mano la lunga introduzione di cui sopra.
Nic T
Le canzoni di The Saint, l’esordio di Nicola Traversa aka Nic T, sono espressioni di un folk surreale, chiaramente scritte da un musicista di formazione jazz per la loro varietà evidente e subdola tortuosità. La cosa importante, però, è che grattano parti dell’immaginazione che troppo a lungo sono rimaste assopite con una sbilenca grazia e un acume profondissimo. Prendi It’s Already Watermelon Time, dove il narratore da dietro una coltre di filtri ci dice di aver comprato centinaia di angurie a giugno: un’iperbole lanciata con tale naturalezza da mettere il tuo cervello all’erta quando nel bridge ci descrive la vita umana come una continua ricerca di acqua da parte di esseri secchi fatti d’acqua. Un paradosso che illustra splendidamente la miracolosa insensatezza delle cose. A un cantautore così consegnerei le chiavi della musica italiana.
Perenne
Del disco Animale omega uscito a novembre ti avevo già detto che era “uno straordinario esordio”. I riascolti me l’hanno confermato: l’indie pop può essere profondo, vario, curioso, intelligente senza cedere un grammo della sua appiccicosa golosità. Perenne (cioè Danilo de Candia) è un musicista sopraffino ma è anche un cacciatore di immagini e parole: “siamo arrivati al punto di contare i giorni che restano e pisciano su tutti i nostri traguardi”, dice in Pistole scariche; in Le corse in motocicletta giustamente sbriciola la sintassi facendo un refrain intorno a “di cose che non hai davvero bisogno”; e Siamo tantissi (senza “mi”) è tutta un programma. Certo, la musica ha un passo funky: perché per schivare le minchiate della vita bisogna andare svelti.
Karotz
La pagina Bandcamp dell’etichetta francese Systèmes Oscillants dice: “Karotz è un uomo batteria/macchina che fa cantare un sintetizzatore modulare pestando sulla batteria come un folle furioso”. La musica di Karotz, esemplificata dall’EP Aout - 543 uscito a marzo dell’anno scorso, è quello che succede quando l’uomo e la macchina passano troppo tempo insieme e conoscono fin troppo bene i limiti e i poteri altrui: un atto di umiltà più che di potenza, ma ugualmente creativo. Quando siamo tutti allo stesso livello e seguiamo tutti le stesse regole, allora può iniziare il gioco. E Karotz parla delle sue canzoni proprio in questi termini, “giochi ritmici”: il mio invito è provare a sentire 55555 e contare un tempo in 5/4 insieme. Non è difficile come sembra.
DJ set
Chi mi conosce bene sa che sono un pessimo selezionatore di dischi per serate, quindi guardo con ammirazione a chi riesce a farlo. Un DJ set apre una strada maestra per trovare nuova musica: a differenza di chi te ne parla soltanto (magari perché ama scrivere, come me), un DJ te la fa sentire. E non c’è giudice più definitivo dell’orecchio. Quindi, quando sentirò il mix di techno e Sud America proposto dalla colombiana di base a Madrid María Latina, so che prenderò appunti. Secolare ha anche quattro DJ set specifici per il momento in cui si manifesteranno. Cassette PM e Vinxanity ti guidano nei meandri della scoperta, che ti fanno riflettere su cosa è familiare e cosa no, cosa ti mette in buona disposizione e cosa ti fa volare: il primo, aka Federico Pirozzi, fa ricorso al nastro e mette così in questione la nostra fiducia nell’alta fedeltà digitale tra ambient e acido (e il fatto che i suoi set passino dalla palestinese Radio Alhara è un bonus, personalmente); il secondo, aka Vincenzo Membola, si concentra sul vinile con una missione per l’esplorazione che lo porta lontano nel mondo. I due DJ set serali sono Cloud Danko, altro dedito al vinile, ha l’approccio del collezionista e ricercatore del suono black, dalla afrohouse allo spiritual jazz, dal soul all’hip-hop; e Can’t Tag This, un duo che semplicemente non si pone limiti tra rock e acid, techno e qualsiasi cosa ti faccia venire insieme la voglia di ballare e di tirare fuori Shazam.







